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Gli “Stati generali” anti trivelle dal presidente del Consiglio regionale pugliese

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Legambiente: «Mare Adriatico sotto scacco delle compagnie petrolifere. Bisogna fermare subito la folle corsa all’oro nero. Occorre lanciare l’idea di una vera e propria vertenza ambientale dell’Adriatico che coinvolga anche gli altri Paesi costieri e investire per un futuro che punti alla valorizzazione dei tesori ambientali, territoriali ed economici presenti sulle sue coste»

No trivelle

A margine dell’incontro convocato questa mattina dal presidente del Consiglio regionale pugliese Onofrio Introna, al quale, fra gli altri, ha partecipato anche la Legambiente Puglia, il presidente dell’associazione ambientalista Francesco Tarantini ha dichiarato: «Anche questo Governo sembra non voler cambiare strada. Continuare a rilanciare l’estrazione di idrocarburi è una strategia insensata che non garantisce nessun futuro energetico per il nostro Paese. Il “tesoretto” che le compagnie petrolifere continuano a cercare senza sosta, quell’oro nero tanto agognato e nascosto sotto il mare italiano, ammonta a 9,778 milioni di tonnellate. Una quantità di petrolio che, stando ai dati di Assomineraria sui consumi nazionali (59 milioni di tonnellate nel 2013) e sulle riserve certe presenti sui fondali che abbiamo oggi a disposizione in Italia, sarebbe sufficiente a risolvere il nostro fabbisogno petrolifero per sole 8 settimane. Due mesi praticamente. Basterebbero questi numeri a dimostrare l’assurdità della scelta energetica che il Governo italiano si ostina a portare avanti».

A confermarlo vi è il dossier di Legambiente “Per qualche tanica in più: numeri e storie dell’insensata corsa all’oro nero nei mari italiani”, consegnato questa mattina al presidente Introna. Oltre 12.290 kmq nell’Adriatico centro meridionale italiano sono interessati da permessi di ricerca, istanze di coltivazione o nuove attività di esplorazione di petrolio che si aggiungono alle 8 piattaforme già attive e da cui nel 2013 sono state estratte 422.758 tonnellate di greggio, il 58% del totale nazionale estratto dai fondali marini.

«La ricerca di greggio nel mare italiano, nel dibattito energetico internazionale, sembra l’ennesimo regalo alle compagnie petrolifere che hanno trovato nel nostro Paese un vero Eldorado - continua Tarantini - Poco importa se Comuni, Regioni e cittadini sono contrari a svendere il loro mare per pochi spiccioli. È tempo che questo Governo si svincoli davvero dal passato e pensi seriamente a cambiare verso, per usare uno slogan amato dal nostro premier».

Tra le aree maggiormente interessate dalle estrazioni petrolifere, secondo il dossier di Legambiente, vi è il mar Adriatico. La moltiplicazione delle estrazioni off-shore aumenterebbe ancora di più il rischio di inquinamento da idrocarburi del nostro mare. Non a caso la sicurezza delle attività estrattive offshore è al centro dell’attenzione della Comunità europea già dal 2010, anche in conseguenza all’incidente del Golfo del Messico. Non va dimenticato che il Mar Adriatico è estremamente fragile per le caratteristiche proprie di “mare chiuso” che definiscono un ecosistema molto importante e già messo a dura prova. La fragilità del suo equilibrio ecologico è aggravata dalla scarsa profondità e dal modesto ricambio delle acque. Per questo, un eventuale sversamento di petrolio deve fare i conti con la scarsa, se non nulla, possibilità di dispersione, con conseguente inquinamento delle coste e dell’ecosistema marino. Senza considerare l’impatto che queste attività possono avere anche sulla pesca, fino ad arrivare ad una diminuzione del  pescato anche del 50% intorno ad una sorgente sonora che utilizza airgun, la  tecnica geofisica di rilevazione di giacimenti nel sottofondo marino.

«Sono bastati gli annunci di disponibilità di trivellazioni nel versante croato dell’Adriatico per far scattare, anche nel nostro Paese, in primis da parte del Governo e del ministro dello Sviluppo economico in particolare, proclami e annunci in favore del rilancio delle attività petrolifere in mare seguendo il principio, alquanto discutibile, che è inutile fermare le attività estrattive nel nostro mare se tanto partono le trivellazioni nelle acque di competenza degli altri Paesi costieri. Quando invece sarebbe molto più logico lavorare per avviare delle serie politiche di tutela, a livello internazionale, di un bacino, quale è quello adriatico, particolarmente delicato e già oggi sotto pressioni ambientali molto elevate» conclude Tarantini.

L’ufficio stampa: 347.6645685